Orgoglio e pregiudizio. Appunti (di una neo traduttrice) sulle IX Giornate della Traduzione Letteraria

7 ottobre 2011 § 12 commenti

Appunti (di una neo traduttrice) sulle IX Giornate della Traduzione Letteraria (Pesaro, 30 settembre – 2 ottobre 2011).

Innanzitutto ringrazio Ilide Carmignani e Stefano Arduini che organizzano le giornate con passione, non solo per rafforzare le reti già esistenti tra traduttori affermati ma anche, se ho ben inteso, con l’obiettivo di avvicinare i giovani o futuri traduttori al mestiere.

Le intenzioni racchiuse in queste righe sono sia il breve resoconto di un’esperienza personale (che forse rispecchia alcune delle impressioni scambiate tra partecipanti durante le pause) ma soprattutto lanciare un appello ai diversi attori del settore, colleghi, direttori editoriali, editor e insegnanti.

Venerdì alle 2 del pomeriggio, nella sala del cinema Astra di Pesaro, le Giornate sono cominciate con i saluti di autorità e organizzatori, con l’assegnazione del premio “Fedrigoni – Giornate della traduzione letteraria” che ha visto il riconoscimento alla carriera di Ena Marchi e del premio “Bluenocturne” che è andato alla giovane, a quanto pare talentuosa, Erica Farsetti.

Due momenti che ho apprezzato per motivi diversi: nel caso del “Bluenocturne”, per le chance che offre ai nuovi arrivati, e in quello del “Fedrigoni”, per la possibilità di ascoltare il bel discorso della meritoria Ena Marchi. La freschezza delle sue parole mi ha dato coraggio. Parole, però, che poi ho dovuto rimettere in prospettiva dopo il suo intervento durante la tavola rotonda “Quale traduzione per quale traduttore?”, incontro che mi ha turbato e che mi ha spinto a scrivere questa lettera aperta (sorvolerò in questa sede su molti argomenti per non tediarvi e perché per me meno impellenti).

Dopo si sono svolti i primi seminari. Ho seguito “Il contratto di edizione: tradurre in pratica i diritti d’autore” tenuto da Elisa Comito e la sua disponibilità nei confronti dei seminaristi mi ha colpito perché palesemente priva della contraddizione tra voler sembrare ed essere disponibile (molti vorranno attribuirla al fatto che sia una rappresentante del Sindacato Nazionale Scrittori). Una disponibilità che ho ritrovato anche in due direttori editoriali, che appartengono a generazioni diverse e con diverse visioni del mondo dell’editoria, ma che hanno dimostrato apertura nei confronti di chi vuole intraprendere il mestiere: Jacopo De Michelis che ha dato il suo biglietto da visita ai ragazzi che a fine seminario gli si sono avvicinati e Giuseppe Russo, dall’atteggiamento sempre cortese con tutti, un savoir faire che sembra ormai prossimo all’estinzione.

La mattina di sabato, alle 9, sono ripresi i seminari e perciò, di buon ora ed entusiasta mi sono diretta alla sede di Pesaro Studi. Avevo deciso di assistere a “Tradurre la differenza: esempi ispanoamericani” tenuto da Antonella Cancellier, professore ordinario all’Università di Padova. Il mio entusiasmo, però, è scemato velocemente perché, senza nulla togliere alle competenze della professoressa, i primi minuti dell’incontro sono stati dedicati alla lettura di uno scritto che poteva essere tranquillamente spedito via e-mail ai partecipanti perché lo leggessero in anticipo. La professoressa, poi, per evidenziare la difficoltà di rendere la differenza, ha scelto il Martín Fierro di José Hernández, un’opera del 1879 (!). Comprendo le intenzioni, ma trovo fuori luogo proporre ai partecipanti di un seminario di un’ora e mezza un’opera con la quale anche i traduttori più esperti difficilmente dovranno confrontarsi.  Un testo di sicuro interesse per gli studiosi ma probabilmente molto lontano dalle scelte dell’attuale mercato editoriale italiano.

Affrontando poi i vari linguaggi rioplatensi, come il cocoliche e il lunfardo, Cancellier ha dettato un brano di un testo di Discépolo (se non erro), ha letto le traduzioni italiane che ne erano state tratte per dimostrare il loro “piattume” e ha proposto, nonostante il tempo ormai non lo concedesse più, di provare a ritradurre insieme il brano, senza poi svelare la chiave di volta che avrebbe usato per risolvere il problema del suddetto “piattume”.

Alle 10.30 ha avuto inizio la seconda tranche dei seminari e questa volta le mie aspettative non sono state deluse. L’incontro con Giuseppe Russo verteva sulle differenze che secondo lui, e quindi secondo Neri Pozza, ci sono tra narrativa e letteratura, tra scrittore e storyteller. Questo corso è stato utile ai traduttori per capire che tipo di proposte avanzare a Neri Pozza e a me per non malinterpretare le sue posizioni durante la tavola rotonda pomeridiana “Quale traduzione per quale traduttore?” argomento principale di questi appunti.

La tavola rotonda, “Tradurre romanzi rosa e chicklit”, si è attenuta all’argomento del titolo è risultata molto efficace sia per informazioni che per i contributi dei relatori.

Ma ecco il motivo che mi ha spinto alla tastiera. Speravo che “Quale traduzione per quale traduttore?” fornisse delucidazioni sulle caratteristiche che un traduttore deve avere per affrontare un certo tipo di testo e di cui i vari direttori editoriali ed editor tengono conto nella scelta del professionista più adatto al caso. De Michelis (Marsilio) per esempio raccontava di come nella prima edizione della trilogia di Stieg Larsson, gli anfibi Dr. Martens della protagonista fossero stati tradotti con “polacchine”, rivelando in questo modo un’inadeguatezza culturale del traduttore e una svista del revisore. Ma questo intervento, insieme a quello di Marco Cassini (Minimun Fax/Sur) che ha valorizzato l’apporto dei giovani, è stato tra i pochi relativi all’argomento della tavola rotonda presa in ostaggio dalla volontà, forse inconscia, di sottolineare la scarsità delle nuove leve (non solo traduttori, ma anche scrittori) strumentalizzando così, a mio avviso, l’affermazione di Russo.

Ogni relatore aveva dieci minuti per presentarsi e sviluppare l’argomento. Russo, durante il suo turno, ha ripreso un’affermazione già discussa durante il seminario del mattino. A suo parere i giovani traduttori conoscono meglio le lingue dei colleghi di una volta, ma non hanno dimestichezza con l’italiano perché non hanno letto Gadda, Vittorini e altri innovatori della lingua e perciò producono traduzioni che sono calchi dell’originale. Osservazione che personalmente avevo apprezzato durante il seminario perché correlata all’argomento che era stato affrontato e fatta in un contesto che permetteva il dialogo e l’approfondimento.

Il punto cruciale però è che noi partecipanti abbiamo assistito a un incontro in cui alcuni editor e traduttori affermati, partendo dalle affermazioni di Russo, si sono scatenati puntando il dito contro le presunte mancanze dei giovani traduttori. Insomma, se mi è concesso, abbiamo assistito a un piccolo, inutile e controproducente scontro generazionale a senso unico.

Durante questo confronto ho rivisto l’interpretazione data alle parole di Ena Marchi, che suggeriva ai giovani di “perdere tempo” (per conoscere il mondo e ampliare il proprio bagaglio culturale – e magari scoprire che gli anfibi sono polacchine).

“Girare il mondo e perdere tempo”. All’inizio mi era sembrato un buon consiglio ma poi non ho potuto fare a meno di scorgere in queste parole un modo garbato di dire che i giovani vadano “parcheggiati” da qualche parte e lasciati in uno stato di attesa che non dia adito al confronto con l’attuale mondo del lavoro. Marchi ha raccontato come Proust e Dalí, prima di diventare grandi maestri, abbiamo passato lunghi periodi a copiare e a esercitarsi nei rispettivi ambiti e io ho pensato che prendere ad esempio due grandi passati a miglior vita da tempo abbia poca attinenza con il presente, che tutti i relatori hanno descritto come frenetico. Come dire che un traduttore, oggi, dovrebbe passare lunghi periodi a copiare i maestri scrittori e traduttori senza avere poi un riscontro sul lavoro svolto perché non c’è chi lo corregga o lo verifichi. Insomma un esercizio utile ma onanistico che non garantisce un inserimento nel mondo del lavoro, perché se non ci sono riscontri, se nessuno valuta il nostro lavoro, se non possiamo confrontarci, quest’attesa passata a esercitarci potrebbe essere eterna.

Uno dei pochi punti che li ha visti d’accordo… i tempi frenetici, che ostacolano o impediscono all’editore di dare in traduzione un romanzo a un traduttore sconosciuto.

Mi chiedo allora se traduttrici così rinomate come Ena Marchi (editor di Adelphi) e direttori editoriali come Renata Colorni (Meridiani) e Giuseppe Russo si rendano conto del fatto che un calcolo matematico riguardante la durata della loro vita e i ritmi di uscita dei titoli durante il periodo della loro principale formazione, compromettano le loro affermazioni. I giovani d’oggi devono sì leggere la “grande letteratura”, quella degli innovatori che hanno fatto la storia letteraria del Belpaese per acquisire quella dimestichezza con la lingua che Russo indicava come mancante nei giovani traduttori, ma anche esercitarsi e tenersi aggiornati sulle novità stilistiche e narrative, sempre più spesso provenienti dalle sperimentazioni fatte da scrittori di oltre confine, che arrivano proprio grazie alla mediazione di traduttori spesso già affermati. Il calcolo matematico al quale mi riferivo e relativo al vissuto e ai ritmi della produzione editoriale non può reggere alcun confronto con quello delle generazioni che attualmente si stanno formando.

Mi chiedo se la presenza di Renata Colorni al tavolo dei conferenzieri fosse rivolta solo a chi lavora nel settore da anni ed è un traduttore affermato. Se da un lato il suo apporto alla discussione poteva essere utile (che tipo di traduttore ci vuole per lavorare sui classici?), dall’altro è stato molto chiaro per i giovani partecipanti che accedere a una collana come quella dei Meridiani è impossibile. Colorni ha tenuto a farci sapere quanto Mondadori paghi a cartella per i Meridiani (25 €) sottolineando ulteriormente lo scarto tra traduttori esperti e blasonati e traduttori giovani e “sciatti”, una differenza che mi è parso intuire derivante da un generico pregiudizio o da una chiusura tout court. Ma il pre – giudizio di Colorni è figlio dell’esperienza o di un atteggiamento intellettuale vagamente snobistico? E se deriva dall’esperienza per quale motivo non ha citato alcun esempio?

Ho trovato poi che l’intervento della nota traduttrice Yasmina Melaouah, che ha bacchettato De Michelis per una svista (utilizzare il termine “invisibilità” riguardo alla traduzione, ma inteso dalla platea, o almeno dalla Melaouah, come rivolto al traduttore), fosse abbozzato perché si è ben guardata di fare altrettanto nei riguardi dell’atteggiamento poco rischioso degli editori che impediscono ai nuovi traduttori di formarsi, precludendo loro l’accesso a una palestra fondamentale in un lavoro di tipo artigianale come quello in questione. L’uscita poi di un’altra collega, di cui mi sfugge il nome, di affidare le traduzioni ai bravi traduttori e di lasciare a casa quelli cattivi, non solo è di una banalità disarmante ma sembra non tener conto del fatto che in questo mestiere si impara soprattutto dai propri errori, come Ena Marchi ci ha ricordato quando ha raccontato la sua esperienza personale. Senza contare che, a mente fredda, i partecipanti (paganti) alle Giornate avrebbero preferito – anche se galvanizzati dalla retorica della Mealouah che rivendicava i diritti sacrosanti dei traduttori – che la tavola rotonda si concentrasse sull’argomento del suo titolo e non si perdesse in divagazioni e dibattiti ad personam.

Il ruolo di mediatore culturale, e qui lancio il mio appello, forse dovrebbe riguardare anche le varie conoscenze che formano il bagaglio delle diverse generazioni all’interno di una stessa lingua. Stimolare e consigliare letture, indicare strade da percorrere, partecipare attivamente nella formazione dei più giovani, come già fanno alcuni, anche se ancora pochi.

Per questo chiedo agli stimati colleghi di non puntare il dito contro l’inesperienza di chi ha appena cominciato, ma di accompagnarli nel loro percorso; ai direttori editoriali di prestare supporto a questa palestra fondamentale per il mestiere e ai giovani e meno giovani principianti di applicarsi con coscienza e soprattutto di non demordere.

Grazie a per avermi letto.

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§ 12 risposte a Orgoglio e pregiudizio. Appunti (di una neo traduttrice) sulle IX Giornate della Traduzione Letteraria

  • Roberta Giovannuzzi ha detto:

    Non sono una traduttrice letteraria, ma credo vi sia molta ragione in ciò che espone.
    Dire che l’inesperto è inesperto è un’ovvietà non risolutiva, né incoraggiante, e – a dire il vero – nemmeno degna di una sede tanto prestigiosa. I grandi sono grandi non solo per essere stati coscienziosi lettori, o per essere stati intraprendenti, e perseveranti (doti senz’altro pregevoli e spesso fruttuose), ma anche perché qualcuno ha creduto in loro e offerto occasioni, sia di lavoro che di formazione.

    Quante scuole abbiamo a formare traduttori? Quante occasioni di confronto mettono a disposizione gli stessi editori? Penso che questa stessa giornata della traduzione letteraria sia una rarità. Peccato si spendano spesso occasioni tanto preziose solo per fare ciò che è facile (rendere omaggio allo sfavillio di un diamante) e non per facilitare ciò che è difficile (tagliare e levigare pietre grezze per farne diamanti).
    Non posso dire che mal comune sia mezzo gaudio, perché si aggrava anzi il quadro, ma purtroppo è un fenomeno che non si registra solo in questo campo.
    Non demodere e coltivare la fiducia con serietà e sorriso è l’unico incoraggiamento che mi sento di poter estendere.
    Grazie per aver condiviso il resoconto personale della giornata.
    Roberta Giovannuzzi

  • Petra Haag ha detto:

    Ho letto con grande piacere questo post. Credo che il “non lasciar fare” ai giovani sia diventata una brutta abitudine negli ultimi decenni in questo nostro bel paese, quando invece proprio i giovani potrebbero portare tanti nuovi stimoli per i vecchi del mestiere, e non parlo solo del mestiere del tradurre. Questo passaggio del testimone, dell’esperienza da una parte, il confronto con lo spirito innovativo, pieno di ideali dei giovani dall’altra, sta andando perso. Direi che è ora di svegliarsi e farsi sentire, proprio come hai fatto tu!
    In bocca al lupo!

  • Salvatore Ciancitto ha detto:

    Ho letto con interesse il tuo intervento, soprattutto per non essere stato in grado di seguire i lavori di quest’anno. La cosa che mi ha colpito di più è che ho provato la tua stessa sensazione di accantonamento quando ho seguito, circa quattro anni fa, le giornate per la prima volta. Ero pieno di buone speranze che sono scemate via via che seguivo i vari interventi: un incontro per gli addetti ai lavori, dove è stato affermato a più riprese che diventare traduttori letterari è pressocchè impossibile, soprattutto per chi è lontano geograficamente dalle case editrici e si trova lontano dagli addetti ai lavori… Insomma, a quanto pare, non è cambiato nulla… Tuttavia, grazie per la tua lettera aperta.

  • ilcestodeitesori ha detto:

    Quello che dici è tutto vero. Purtroppo nel mondo dell’editoria italiana c’è molto snobismo, è un circolo piuttosto chiuso ed è bravo solo chi si conosce, direttamente o indirettamente. Traduttori, però, non si nasce, si diventa, e si diventa bravi proprio sbagliando. L’aderenza al testo, il “piattume” sono errori naturali in cui si cade nei primi lavori, e che le giuste segnalazioni da parte di chi poi edita il testo dovrebbero aiutare a lasciarsi alle spalle. Piano, piano. Però, quello del traduttore non è un semplice lavoro, è una passione e una missione. SI è traduttori sempre, anche quando non si traduce. Si è traduttori quando si legge, e si deve leggere molto, sia in lingua che in italiano. Si deve osservare. Si deve viaggiare (per quanto possibile). La lingua è viva, e lo deve essere anche il traduttore, in quel senso, forse, “perdere tempo”. Però l’esperienza del tradurre è imprescindibile. Ti auguro in bocca al lupo.
    Cristina

    • Marian ha detto:

      Ti ringrazio molto del commento e per l’augurio. Sono d’accordo con te e, anche se condivido la tua opinione sul fatto che “il lavoro del traduttore è una passione e una missione”, mi chiedo sempre: una missione per conto di chi?

  • Francesco ha detto:

    Interessanti riflessioni, che condivido in gran parte. Interpreto però in maniera un po’ diversa alcune affermazioni fatte durante gli incontri di Pesaro. Innanzitutto, è innegabile che i nuovi traduttori conoscano meno l’italiano letterario, così come è vero che conoscono meglio le lingue straniere da cui traducono. Lo dico da docente di traduzione che ogni giorno ha a che fare con giovani aspiranti traduttori. Dire che dovrebbero leggere i grandi narratori italiani significa, secondo me, che devono recuperare delle basi che le generazioni precedenti hanno acquisito a scuola, ma che la scuola di oggi e gli interessi dei giovani non favoriscono di certo. Non tutti, naturalmente, ma la maggior parte. Perché mettersi a leggere Vittorini deve essere considerata una perdita di tempo e non, invece, un investimento? Mi pare che gli aspiranti traduttori vogliano tutto e subito, vogliono pubblicare la loro prima traduzione senza aver fatto esercizio sufficiente, vogliono che le loro conoscenze, acquisite magari in un percorso di laurea triennale, basti per tutto. Come in tutti i lavori, chi più si prepara, chi più si esercita, chi più si mette alla prova ha maggiori possibilità di successo (e qualità). Ecco, mi pare di notare una certa impazienza che, nel tuo caso, è motivata da una riflessione attenta, ma in molti casi fa il paio con l’arroganza di sapere tutto e non essere disposti a migliorar e fare gavetta. L’altra questione, quella del mercato editoriale e della chiusura degli editori di fronte a giovani traduttori, mi pare invece reale e concreta. Sull’atteggiamento restio dei traduttori navigati verso le nuove leve non mi soffermo, perché sicuramente chi ha raggiunto una certa posizione se la tiene stretta e quindi è soprattutto una questione pragmatica di stigmatizzazione dei “nuovi” per difendere la propria pagnotta. Tornando all’editoria, visto che in Italia leggono in pochi e di libri se ne pubblicano sempre meno (o comunque in tirature molto più ridotte che in passato) e gli editori stanno sempre a tagliare a destra e a manca (nessuno nota la quantità dei refusi, notevolmente aumentata negli ultimi anni? Semplice, la revisione è una delle prime cose su cui si taglia), è comprensibile che vogliano andare sul sicuro con traduttori esperti, senza correre il rischio di dover rifiutare una traduzione, farla rivedere da qualcun altro, dover posticipare l’uscita ecc. In ultimo, la traduzione non è una missione, è un lavoro, e come tutti i lavori deve sottostare alle regole del mercato. Se poi è fatta con passione, tanto meglio, ma la passione conta meno della competenza e della preparazione (nonché della disponibilità a migliorarsi e dell’umiltà di fare gavetta)

    • Marian ha detto:

      Francesco ti ringrazio molto per il commento che hai lasciato che risponde al mio appello perché approfondisce le “riflessioni” che ho affrontato nel mio post. Anche se gradito, non cercavo di certo sostegno morale di colleghi più o meno esperti.
      In seguito a queste mie esternazioni ho avuto modo di confrontarmi con traduttori di lunga data e moltissima esperienza impegnati in prima linea nel tentativo di avvicinare i giovani aspiranti traduttori al lavoro e al mercato editoriale. Anche loro mi hanno parlato dell’atteggiamento impaziente e certe volte arrogante di molti aspiranti o giovani traduttori. Sull’impazienza penso che in alcuni casi possa derivare dal desiderio di mettersi alla prova, come dicevo il lavoro stesso è la miglior palestra perché s’impara soprattutto dai propri errori, ma mi rendo conto che non tutti lo fanno che questo spirito e la dovuta umiltà. Sono d’accordo con lei nel considerare la lettura dei grandi scrittori italiani del novecento un investimento, ma credo che le nuove leve vadano indirizzate, se non spronate, in questa direzione anche lungo il loro (ormai breve) periodo di formazione. Credo che la formazione dovrebbe addentrarsi negli aspetti culturali e letterari perché il traduttore è un mediatore culturale che deve conoscere bene le due tradizioni che mette in relazione.
      Credo però che bisognerebbe riflettere anche sul fatto che molte delle traduzione di classici della letteratura internazionale siano al giorno d’oggi ritradotte e aggiornate.
      Poi l’appello era rivolto anche agli editori perché come si può sperare di avere in futuro traduttori capaci e competenti se già pagano poco, non riconoscono le royalities sul lavoro di traduzione di colleghi affermati e tolgono ogni possibilità di praticantato agli esordienti?
      Infine hai risposto forse meglio di me a chi sostiene che fare il traduttore debba essere innanzi tutto una missione. Per me è un lavoro appassionante, ma sempre impegnativo.

  • Francesco ha detto:

    Hai detto una cosa giustissima sulla traduzione come mediazione culturale e sulla necessità di conoscere, oltre che le lingue, le letterature e le culture con cui si lavora. Su questo mi trovi quanto mai d’accordo. Sul fatto di mettersi alla prova “sul campo”, un consiglio che posso dare a te e a giovani traduttori o aspiranti tali è che non esistono solo le case editrici e che non si dovrebbe puntare subito o soltanto a quelle. Un’ottima palestra sono le riviste. Collaborare con testate di vario tipo pubblicando traduzioni di brevi testi, racconti, poesie, saggi, è un modo per farsi le ossa e muovere i primi passi nel mondo editoriale. Aggiungo che le riviste letterarie, ma anche quelle storiche o comunque “culturali”, seppure spesso di nicchia, sono più aperte e disponibili, anche perché quasi mai lavorano per profitto. Avere delle traduzioni pubblicate su rivista aiuta anche a rimpolpare il curriculum da presentare poi, quando si è acquistata maggiore sicurezza e maturità, al mercato editoriale.

    • Marian ha detto:

      Ti ringrazio ancora per il commento e soprattutto per il suggerimento che trovo davvero utile, perché permette di avere quei riscontri sul lavoro di traduzione attraverso il confronto con la redazione della rivista e anche un contatto stretto con chi sulla letteratura riflette e indaga, insomma con chi la conosce. Grazie ancora.

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